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Negli ultimi anni, ho avuto la fortuna di raggiungere obiettivi che non credevo possibili, come imparare a percepire le energie sottili e sviluppare il fisico di un ginnasta.
Allo stesso tempo però, ho fallito miseramente nel cercare di raggiungerne altri.
Da questa dicotomia, ho scoperto una verità cruciale:
Spesso non falliamo perché siamo indisciplinati, ma perché ci manca il giusto metodo.
All’interno di questo articolo ti porterò i 5 metodi chiave che hanno fatto la differenza tra gli obiettivi che effettivamente sono riuscito a raggiungere e quelli in cui ho fallito miseramente.
Se non vuoi che il 2026 sia l’ennesimo anno di obiettivi mancati, questo articolo è per te.
1. Usare la Definizione Corretta: Obiettivo vs. Desiderio
Il punto di partenza è l’uso della giusta terminologia, perché il modo in cui chiamiamo le cose determina il modo in cui le affrontiamo.
Molte persone confondono gli obiettivi con i desideri, e proprio questa confusione impedisce loro di realizzare ciò che vogliono davvero.
«Il desiderio è un contratto che fai con te stesso per essere infelice finché non ottieni ciò che vuoi» – Naval Ravikant
mentre
«Gli obiettivi sono quella cosa che i permette di controllare la direzione del cambiamento a tuo favore». – Brian Tracy
perché:
«Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare». – Seneca
quindi
«Se vuoi essere felice, stabilisci un obiettivo che domini i tuoi pensieri, liberi la tua energia e ispiri le tue speranze». Andrew Carnegie
Queste frasi possono sembrare semplici aforismi motivazionali… finché non sperimenti sulla tua pelle quanto siano vere.
Ecco due esempi concreti della mia vita ti faranno realizzare l’importanza di questa distinzione.
Desiderio:
Quando ho iniziato a lavorare, vivevo tutto come un gioco di strategia: volevo una metrica chiara che mi dicesse se stavo “vincendo”.
Guardandomi attorno, ho notato che l’unica metrica che tutti misuravano era quella economica.
Così mi sono dato un obiettivo di guadagno mensile, e ho fatto l’impossibile per raggiungerlo.
Solo anni dopo ho capito l’errore: non avevo definito un obiettivo, ma un desiderio.
Quel numero è diventato, nella mia mente, il punto in cui “sarei finalmente stato felice”.
Tutto ciò che stava in mezzo era un ostacolo, qualcosa da sopportare o da abbattere.
Questo atteggiamento mi ha portato a lavorare tantissimo, con intensità e impazienza… ma con poca gioia.
Senza accorgermene, avevo firmato un contratto psicologico con me stesso:
«Sarò felice solo quando raggiungerò quel risultato»
Un contratto terribile, perché ti condanna all’infelicità fino al giorno in cui (forse) ottieni ciò che vuoi.
E il paradosso è che, quando alla fine ho raggiunto quella soglia economica, non sono riuscito a mantenerla: ciò che facevo per ottenerla non mi appagava per niente.
Obiettivo:
In un altro ambito della mia vita, ho fatto l’esatto opposto.
Volevo migliorare il mio fisico — esteticamente e funzionalmente.
Invece di scegliere la strada più veloce o più “intelligente”, mi sono chiesto:
«Tra tutti gli sport possibili, quale mi piace davvero praticare giorno dopo giorno?»
Ho scelto il Calisthenics (circa ciò che fanno i ginnasti).
All’interno di questo sport poi, tra le varie possibilità ho scelto un regime di allenamento che mi entusiasmasse davvero.
E negli anni l’ho adattato, modificato, rinnovato, mantenendo un equilibrio tra efficacia e piacere.
Certo, ci sono giorni in cui non ho voglia di allenarmi.
Ma proprio perché ho scelto qualcosa che amo, sono riuscito a essere costante senza fatica emotiva eccessiva, ed a raggiungere il mio obiettivo senza dovermi “forzare” ogni giorno.
La verità è semplice:
Godersi il percorso funziona meglio della disciplina.
La disciplina è utile, ma se odi il cammino che ti porta verso il traguardo, diventa un peso insostenibile.
Ed è questa la ragione per cui la maggior parte delle persone fallisce: non perché non sia capace, ma perché sceglie una strada che odia.
Per ottenere un risultato, dobbiamo diventare il tipo di persona che è in grado di ottenerlo.
Se vuoi diventare un calciatore professionista solo per diventare ricco, devi comunque diventare una persona che si allena ogni giorno.
Se giocare a calcio ti disgusta, sarà un sacrificio atroce… e anche se ci riuscissi, avresti odiato ogni tappa del viaggio.
Ecco perché la domanda fondamentale non è:
«Come arrivo più velocemente al risultato?»
bensì:
«Qual è la strada che mi porta all’obiettivo — e che mi piace percorrere ogni giorno?»
Questa è la base di tutto.
Il primo passo per raggiungere davvero i propri obiettivi non è la disciplina, ma la direzione giusta unita a un percorso che risuona con chi siamo.
2. Darsi Obiettivi sulla Base degli Input, Non degli Output
Una volta scelta la nostra North Star — il punto d’arrivo — e il percorso che amiamo percorrere, arriva la domanda decisiva:
«Come posso rendere inevitabile il raggiungimento di questo obiettivo?»
Questo semplice cambio di prospettiva ci obbliga a spostare l’attenzione dal risultato finale (l’output) a ciò che realmente lo genera: gli input.
Gli input sono le azioni che abbiamo sotto controllo. Gli output, invece, non lo sono mai del tutto.
Per questo dobbiamo definire con precisione:
- Quali input ci portano alla nostra North Star.
- Con quale frequenza devono essere eseguiti.
- Un piano organizzato da seguire ogni giorno.
Tornando al nostro esempio precedente nel mondo fitness, immagina di voler migliorare il petto.
Magari hai praticato sport che hanno sviluppato altre parti del corpo, ma sai che quello è un punto debole.
Hai scelto il Calisthenics come percorso.
Bene: qual è un input concreto?
Ad esempio:
500 push-up al giorno.
Non stiamo parlando dell’obiettivo finale (avere un petto più sviluppato): quello è l’output.
Il focus è solo su ciò che devi fare oggi.
Per evitare di fallire, gli input devono poggiare su due pilastri semplici ma potentissimi:
1. Darsi un Programma di Minima.
Il piano ideale prevede 500 flessioni al giorno.
Ma la vita reale non è ideale.
Ci saranno giorni in cui l’energia è a zero, il lavoro esplode, gli imprevisti si accavallano e… 500 flessioni sono fuori discussione.
È qui che entra in gioco il programma di minima.
Nel nostro esempio potrebbe essere:
100 flessioni.
Per farle, sono necessari solamente 10–15 minuti per una persona poco allenata, e solamente 2 minuti per una persona in allenamento.
Ma poco importa: è un impegno sostenibile anche nei giorni peggiori.
Il vantaggio?
Mantieni lo slancio, eviti di interrompere il ritmo (momentum), e soprattutto non rompi l’identità della persona che stai diventando.
2. Non Saltare Mai Due Giorni di Fila.
Se salti oggi (non riesci a fare né il programma completo né quello di minima perché è una giornata ricca di imprevisti assurdi), non saltare per nessun motivo l’allenamento di domani.
Capita: oggi salti completamente.
Né programma completo, né programma di minima.
Succede.
Ma c’è una regola che fa la differenza tra chi arriva al traguardo e chi abbandona:
Puoi saltare un giorno. Ma non puoi saltarne due di fila.
Il giorno successivo è sacro.
Non importa quanto sia piena la tua agenda: devi mantenere la promessa con te stesso.
Il potere nascosto di queste due regole
Sembrano banali.
Non lo sono affatto.
- Scenario ideale:
Se farai 500 flessioni al giorno per un anno, il cambiamento fisico sarà enorme, indiscutibile. - Scenario pessimo ma super fattibile:
Mettiamo invece che l’anno prossimo si riveli uno degli anni più complessi della tua vita, e che questo ti costringa sempre a
saltare sempre un giorno sì e uno no,
e che nei giorni “buoni” tu riesca solo a fare il programma di minima da 100 flessioni.
Risultato?
100 flessioni × ~170 giorni = 17.000 flessioni l’anno.
Diciassettemila.
Un numero mostruoso rispetto allo zero spaccato di chi, non avendo un programma di minima, molla tutto dopo una settimana travolto dagli imprevisti.
E tutto questo semplicemente seguendo due regole:
- fai almeno qualcosa nei giorni difficili
- non saltare mai due giorni consecutivi
Il programma di minima non è una scusa per fare poco, e non lo è nemmeno il saltare un giorno:
sono una rete di sicurezza che ti permette di rimanere costante anche quando la vita diventa complicata.
Quando gli obiettivi sono costruiti sugli input — su ciò che controlliamo — il progresso diventa inevitabile.
3. Implementare i Feedback
Molte persone credono che per ottenere risultati basti essere costanti e “fare”.
La realtà è molto diversa:
Senza feedback — senza una revisione mirata al miglioramento — non si va da nessuna parte.
La costanza è il motore.
Il feedback è il volante.
Immagina che io decida di diventare un pilota di Formula 1.
Supponiamo che abbia tutte le risorse economiche necessarie e inizia a girare in pista due ore al giorno, tutti i giorni, per un anno intero.
Ora immagina che, nonostante tutta questa dedizione:
- non riguardi mai i miei giri,
- non analizzi le traiettorie,
- non assuma un coach,
- non studi i piloti migliori di me,
- non identifichi gli errori ricorrenti,
- non faccia nulla per ottimizzare il mio stile di guida.
Sto accumulando ore… ma non sto migliorando.
Ora immagina invece un mio competitor, che si allena esattamente quanto me, ma:
- registra ogni sessione,
- riceve feedback da un coach,
- corregge la postura, la frenata, le traiettorie,
- osserva i migliori per replicare ciò che funziona.
Risultato?
Migliorerà molto più velocemente, pur dedicando lo stesso numero di ore.
La costanza è solo il primo passo!
Essere costanti è essenziale, ma una volta costruita la costanza, arriva la parte che davvero fa la differenza:
Analizzare ciò che facciamo, capire come farlo meglio e correggere la rotta in continuazione.
In alcuni ambiti è facile trovare mentor, libri, corsi e modelli da seguire.
In altri bisogna arrangiarsi di più.
Ma anche quando non abbiamo nessuno che ci guidi, possiamo comunque:
- registrare quello che facciamo,
- prendere nota dei risultati,
- osservare i punti deboli,
- fissare micro-miglioramenti da applicare la volta successiva.
Il miglioramento non nasce dal tempo, ma dalla riflessione sul tempo speso.
“Errare è umano, ma perseverare nell’errore è diabolico.”
Ed è proprio questo il punto:
senza feedback, rischiamo di diventare semplicemente più bravi a ripetere i nostri errori.
Con i feedback, invece, ogni azione diventa un passo avanti!
4. Imparare a Gestire il Tuo Focus
La gestione del focus è veramente fondamentale, ed è un punto non facile da gestire e sul quale tuttora devo continuare a lavorare, perché ho 1000 obiettivi che vorrei raggiungere!
Per capire meglio questa questione, possiamo immaginarci di avere 10 unità di energia da dedicare nell’arco della giornata e dell’anno per i nostri obiettivi.
Tornando all’esempio di prima, se io decidessi il mio focus tra molteplici obiettivi – ad esempio, due unità per la corsa (stile maratona), tre per diventare un pilota di Formula 1, tre per essere un genitore/figlio migliore, una per un hobby, e una per altro – sicuramente farei del progresso.
Ma, se il mio competitor citato precedentemente invece, si focalizzasse solo e unicamente sulla Formula 1, e sul null’altro, il grafico della distribuzione delle sue energie sarebbe di questo tipo:
E la mia domanda è: quante chances avrei di batterlo (e quindi raggiungere il mio obiettivo di diventare un campione di Formula 1) vista la disparità di focus (impegno totale)?
Questo non significa che sia impossibile vivere una vita bilanciata, ma raggiungere un obiettivo significa spesso sacrificare qualcos’altro per un periodo della vita.
Imparare a dire di no e concentrare gran parte del focus su uno o due obiettivi principali fa una grandissima differenza, evitando di trovarsi alla fine dell’anno con 15-20 obiettivi non raggiunti.
5. Imparare a Non Fallire Mai
Questa è forse la lezione più interessante che ho appreso.
È vero che c’è sempre una componente di destino o fato che può far sì che una persona si impegni meno e raggiunga obiettivi migliori, mentre noi, che ci impegniamo incredibilmente, non ci riusciamo.
Ma è altrettanto vero che possiamo metterci nella posizione di non fallire mai.
Tornando all’esempio del fitness: se oggi (dicembre 2025) fossi una persona che non si allena mai e non esattamente in forma fisica, e mi ponessi l’obiettivo di diventare un ginnasta professionista che compete alle Olimpiadi entro 5 anni (2030), anche se impegnandomi al massimo non dovessi riuscire a raggiungere quell’obiettivo finale, non avrei comunque fallito.
Infatti, mi ritroverò sicuramente:
- in una condizione fisica migliore,
- con più forza per fare qualunque cosa,
- mi infortunerò meno nella vita normale (con un fisico da quasi atleta olimpico, è improbabile che mi si blocchi la schiena alzando delle borse della spesa),
- avrò più forza per aiutare la mia famiglia o giocare con i miei figli,
- e allungherò la mia aspettativa di vita (lifespan).
Nonostante non sia diventato un ginnasta professionista, sono migliorato tantissimo come persona (fisicamente, ma anche emotivamente – imparando disciplina, dedizione, controllo delle emozioni, ecc.), e questa esperienza non può essere considerata un fallimento.
Quando ci poniamo obiettivi che chiaramente ci permettono di migliorare come persone, anche se l’obiettivo finale non viene raggiunto, è impossibile riuscire a perdere.
Questo è ciò che ho estratto riflettendo su quegli obiettivi che negli anni sono riuscito a raggiungere, rispetto a quelli che non ho raggiunto.
Con questo non voglio dire che questo sia l’unico metodo per riuscire a raggiungere i propri obiettivi, ma è sicuramente quello che ha funzionato per me e che spero possa aiutarti per i raggiungere tuoi obiettivi del 2026 e degli anni a venire.
Se sei arrivato/a fin qui, ti ringrazio per la fiducia riposta nelle mie parole.
Ti auguro un buon fine 2025 e un fantastico 2026 – ricorda, i fallimenti non esistono: o riusciamo o impariamo… In entrambi i casi, cresciamo!
Un abbraccio e alla prossima,
Samuel
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