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In questo articolo condividerò con te le 3 lezioni fondamentali che mi hanno permesso di trovare la mia passione.
Ciao, se sei nuovo qui, il mio nome è Samuel e da anni sono un ricercatore indipendente nell’ambito dell’energia, della mente e anche di cose strane come i sogni lucidi.
Lo faccio proprio perché questi temi mi appassionano molto, e in questo video andremo nel merito delle 3 lezioni che mi hanno permesso di trovare le mie passioni, e di come di come puoi sfruttarle per trovare veramente la tua.
Questo contenuto nasce per rispondere a una domanda che mi avete fatto sotto un mio recente video, in cui parlavamo di come raggiungere i propri obiettivi e mi avete chiesto:
o in altre parole, come posso trovare “qualcosa che mi piaccia veramente fare e alla quale senta che vale la pena dedicare il mio tempo?” – come posso trovare la mia passione?!
Tutti dicono:
“segui ciò che ti piace”,
“ascolta il tuo cuore”,
“trova quello che ami fare”.
Tutto bello.
Ma poi, concretamente, cosa significa?
Come fai a capire se qualcosa ti piace davvero? Come fai a distinguere una vera passione da un piacere momentaneo? E soprattutto: come fai a capire in quale direzione muoverti, quando il tuo obiettivo è proprio capire qual è il tuo obiettivo?
Ciò che ha funzionato per me non è “convenzionale”, ma è stato estremamente efficace, e l’ho riassunto nel grafico che sto per mostrarti!
Cominciamo.
La prima lezione: il problema è che cerchiamo le passioni sull’asse sbagliato
Negli anni, ho riflettuto molto a questa questione delle passioni. E a un certo punto mi sono reso conto che gran parte della risposta stava in una distinzione molto semplice, ma potentissima.
Una distinzione che potremmo rappresentare con un grafico.
- Su un asse (Y) abbiamo piacere e dolore.
- Sull’altro (X) abbiamo sofferenza (o guerra) e pace.
E già qui, secondo me, comincia a cambiare tutto.
La prima lezione che ho imparato è che, tendenzialmente, ci viene insegnato di cercare le nostre passioni guardando il lato sbagliato della questione.
Quando pensiamo a ciò che ci appassiona, infatti, la maggior parte di noi ragiona più o meno così:
“cosa mi fa stare bene?”
“cosa mi dà piacere?”
“cosa mi fa sentire bene appena lo faccio?”
Cioè, in altre parole, guardiamo l’asse che va dal dolore al piacere (quello delle Y). Evitiamo ciò che ci fa male e ci muoviamo verso ciò che ci dà piacere.
E detta così sembra anche perfettamente sensata.
Il problema è che, quando questa logica viene portata avanti fino in fondo, molto spesso non ci conduce alle passioni… ma all’eccesso.
Ci porta in quella zona in cui inseguiamo continuamente ciò che stimola, ciò che intrattiene, ciò che dà una scarica immediata.
Ed è qui che cominciano ad entrare in gioco tutte quelle cose che conosciamo benissimo:
- social media,
- videogiochi,
- ricerca continua di stimoli,
- piaceri corporei,
- dopamina facile.
Certo, tutte queste cose, in piccole quantità, possono andare benissimo.
Ma il punto è un altro.
Il punto è che, quando iniziamo a orientarci nella vita unicamente in base al piacere immediato, finiamo facilmente per scivolare nell’edonismo. E l’edonismo, nel lungo termine, non porta pace.
Porta il contrario (la zona in alto a sinistra del grafico: piacere e sofferenza).
Inizialmente è piacevole, ma poi, col passare del tempo, arrivano:
- il senso di colpa,
- la sensazione di star indulgendo troppo,
- la percezione di star esagerando,
quel sottofondo in cui senti che qualcosa, dentro, non è in ordine.
Insomma, magari c’è piacere… ma non c’è pace.
Ed è proprio qui che per me è arrivata la svolta.
Ho capito che, se volevo trovare davvero le mie passioni, dovevo smettere di guardare l’asse verticale — quello del piacere e del dolore — e iniziare a guardare quello orizzontale:
quello che va dalla sofferenza alla pace.
Perché le passioni, in realtà, non si trovano semplicemente nella zona di ciò che ci dà piacere.
Si trovano in una zona più sottile, più vera, più matura.
Si trovano in tutto ciò che ci muove nella direzione della pace.
E qui normalmente nasce un’obiezione più che legittima.
Uno potrebbe dire: “Ok Samuel, ma se le passioni stanno nella direzione della pace, allora perché dentro quell’area c’è anche una parte di dolore? Come può una vera passione farmi male?”
Ed è una domanda giustissima.
Per rispondere, basta pensare a qualcosa di molto semplice, come la palestra.
Se una persona ama allenarsi, ci saranno sicuramente momenti di piacere:
- quando si guarda allo specchio e vede i risultati,
- quando si sente fiera di sé,
- quando percepisce di stare crescendo.
In quei momenti, si trova in questa zona del grafico (in alto a destra):
Ma ci saranno anche moltissimi momenti di dolore.
Momenti in cui l’allenamento pesa.
Momenti in cui i muscoli bruciano.
Momenti in cui c’è fatica, sforzo, magari perfino qualche piccolo infortunio.
In quei momenti, siamo qui (in basso a destra):
Eppure, per chi ama davvero quel tipo di attività, non è quel dolore a far nascere il rifiuto.
Anzi.
Molto spesso quella persona ama proprio anche la fatica. Non nel senso che è masochista.
Ma nel senso che sente che quella fatica ha un significato.
Che quel dolore fa parte di qualcosa con cui è in pace.
E questa, per me, è stata una comprensione fondamentale:
Le nostre passioni non sono semplicemente ciò che ci dà piacere. Le nostre passioni sono ciò di cui amiamo la parte positiva, ma di cui siamo anche disposti a sopportare la parte difficile.
Non stiamo parlando di andare a cercare sofferenza. Non stiamo parlando di subire. Stiamo parlando del fatto che ogni cosa reale ha dei pro e dei contro. E trovare una passione significa trovare qualcosa di cui ami i pro, ma i cui contro sei disposto a sostenere quasi volentieri, perché li senti parte del gioco.
Ecco perché questa distinzione cambia tutto.
Perché nel momento in cui smetti di definire la passione come “ciò che mi dà solo piacere”, improvvisamente inizi a riconoscerla molto meglio.
Non la confondi più con la distrazione.
Non la confondi più con la dopamina.
Non la confondi più con il piacere immediato.
Cominci a riconoscere che la passione ha a che fare con qualcosa di più profondo: ha a che fare con ciò che ti mette in pace, anche quando costa fatica.
E la lezione 2, ti permetterà di capire perché questo funziona veramente!
Tra l’altro, questa intuizione è quasi nascosta nella parola stessa.
L’etimologia di passione ha a che fare con il patire, con il soffrire, con il sostenere qualcosa.
Personalmente, non lo interpreto nel senso negativo del termine, ma nel senso che una vera passione non è una cosa piatta, comoda e sempre piacevole. È qualcosa che senti abbastanza tuo da essere disposto a viverne anche il lato difficile (la passione del Cristo sulla croce ne è l’esempio maestro – e dove questa parola è nata probabilmente).
La seconda lezione: per capire dove sono le passioni, devi capire prima dove nasce la sofferenza
La seconda lezione che ho imparato, a mio avviso la più importante, è nata dall’aver applicato, al mio dilemma delle passioni, il modo di osservare reso famoso da Charlie Munger .
(Charlie Munger è stato uno dei pochi pensatori moderni più lucidi che io abbia mai studiato)
Charlie Munger era famoso per i suoi mental models (modi di pensare), e uno di quelli che preferiva di più era il modello dell’inversione.
L’idea è semplicissima, ma potentissima.
Quando hai un obiettivo, invece di chiederti: “come faccio a raggiungerlo?”, prova a chiederti “come faccio a fallire miseramente?”.
Cioè: come faccio ad assicurarmi di non raggiungerlo neanche per sbaglio?
Sembra una provocazione, ma in realtà funziona molto bene. Perché spesso siamo molto più bravi a immaginare come creare un disastro, piuttosto che come costruire qualcosa di giusto.
E quindi, una volta che hai capito quali sono le strade che ti portano sicuramente nella direzione sbagliata, ti basta fare il contrario.
Applicato al nostro caso, il ragionamento è questo: se le passioni ci portano verso la pace, allora dobbiamo chiederci che cosa ci porta nella direzione della sofferenza.
Cioè: che cos’è, concretamente, che ci allontana da quella pace?
Su questo, ti condivido l’esempio che mi ha fatto un mio mentore, che rende l’idea in modo brillante!
Immagina due persone che camminano per strada e sentono il profumo del pane fresco.
La prima sente il profumo, pensa:
“Che buon profumo di pane fresco”
e continua per la sua strada.
La seconda sente lo stesso profumo, ma invece di fermarsi lì, parte mentalmente.
“Che buon profumo”
“Quasi quasi mi mangerei un panino”
“Adesso che ci penso ho anche fame”
“Un panino con la Nutella sarebbe spettacolare”
“Però non dovrei”
“Tra l’altro mi ero detto che avrei mangiato meglio”
“Un panino con la Nutella non mi farebbe bene”
“Però ora lo voglio proprio”
E così via.
Ora, a prima vista questa può sembrare una sciocchezza.
Uno potrebbe dire: “Va bene Samuel, ma stiamo parlando di un panino. Dov’è tutta questa tragedia?”
Il punto non è il panino. Il punto è quello che è successo nella mente.
Nel giro di pochi secondi, quella persona è passata da uno stimolo semplice a una catena di pensieri, desideri, fantasie, conflitti e sensi di colpa.
Prima si è mossa verso il piacere.
Poi ancora di più verso il piacere.
Poi è comparso il contro-movimento: il giudizio, la colpa, il conflitto interno.
E mentre sull’asse verticale oscilla tra piacere e dolore, su quello orizzontale sta andando dritta verso la sofferenza.
Perché?
Perché la sofferenza, molto spesso, non è altro che questo: una continua fluttuazione della mente.
O, detto ancora più chiaramente: una guerra con se stessi.
Un botta e risposta interno.
Una mente che tira da una parte e poi dall’altra.
Un continuo:
“lo voglio”
“però non dovrei”
“però sì”
“però no”
“avrei dovuto”
“non avrei dovuto”
eccetera, eccetera
E qualunque sia la scelta finale, probabilmente la persona coinvolta in questo porterà avanti questa battaglia fino a sera (e oltre):
- se mangia il pianino, per i sensi di colpa di averlo mangiato;
- se non lo mangia, per la frustrazione di star seguendo una dieta.
Questa, per me, è stata una comprensione gigantesca – ha smascherato la causa della maggior parte dei miei pensieri!
La sofferenza quasi mai è legata ad un dolore fisico.
La sofferenza è il fatto di essere continuamente trascinati dalle fluttuazioni della propria mente.
È quella condizione in cui non sei mai davvero in pace, perché sei costantemente preso da pensieri che ti spostano: di qua, di là, su, giù.
Ed è anche il motivo per cui, quando siamo molto persi nei pensieri, raramente siamo davvero sereni. Anzi, il più delle volte quando siamo intrappolati nel pensare troppo non siamo sorridenti, non siamo leggeri, non siamo presenti.
Siamo un po’ chiusi, un po’ tesi, spesso con il muso.
E qui, per contrasto, si capisce ancora meglio cosa fanno le passioni: ci portano nella direzione opposta.
Perché, se ami davvero qualcosa, non stai continuamente lì a dibattere con te stesso sui pro e contro di ogni singolo istante.
Se ti piace andare in palestra, vai in palestra.
Non stai ogni volta a dirti:
“eh però domani avrò male”
“eh però questo esercizio è faticoso”
“eh però nel lungo periodo…”
No.
Sei lì.
Lo fai.
Ti muovi.
Ci sei dentro.
Sei presente nell’azione.
E questa presenza è la chiave per la pace.
Per questo, volendo riassumere tutta la seconda lezione in una frase, direi questa:
la sofferenza è alimentata dalle fluttuazioni della mente, mentre la pace nasce dalla loro riduzione (o meglio ancora, eliminazione).
E le nostre passioni, molto spesso, ci aiutano proprio in questo: a smettere di combatterci continuamente dentro.
E a tal proposito, se non hai ancora avuto l’occasione di vederlo, ho creato un esperimento molto interessante sull’attenzione mettendo insieme insegnamenti di decine di scuole di pensiero sull’argomento, e un bel po’ di esperienza personale.
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La terza lezione: bastano 13 minuti al giorno per iniziare a muoversi nella direzione giusta
La terza lezione che ho imparato arriva da una ricercatrice molto interessante, Grace, autrice del libro Think Big.
Nelle sue ricerche ha cercato di capire quale fosse una delle differenze più concrete tra le persone che amavano ciò che facevano per lavoro, e quelle che invece vivevano la propria carriera come qualcosa di pesante, distante o vuoto.
E una delle idee che ne ha distillato è una regola semplicissima: 90 minuti a settimana.
Che, se li dividi su sette giorni, diventano circa 13 minuti al giorno.
Ora, detta così può sembrare una quantità minuscola.
E in effetti lo è.
Ma è proprio questo il punto.
Per iniziare a muoverti verso qualcosa che ami davvero, non hai necessariamente bisogno di stravolgere tutta la tua vita dall’oggi al domani. Molto spesso hai semplicemente bisogno di creare un piccolo spazio costante, dentro la tua settimana, in cui iniziare a orientarti meglio.
Ed è qui che, secondo me, questa regola diventa potentissima.
Personalmente, senza saperlo, l’ho messa in pratica seguendo questi 3 passaggi:
1. Sperimentare
Il primo passaggio è sperimentare.
Sembra banale, ma spesso non lo facciamo abbastanza. Pretendiamo di capire qual è la nostra passione stando fermi, pensandoci sopra, analizzando tutto nella testa… ma la verità è che tante cose le capiamo solo entrandoci in contatto.
È un po’ come con il cibo.
Non trovi il tuo piatto preferito mangiando sempre la stessa cosa ogni giorno. Lo trovi perché, nel corso del tempo, hai assaggiato cose diverse, e piano piano hai iniziato a sentire quali ti piacevano di più, quali di meno, quali ti lasciavano qualcosa e quali no.
Lo stesso vale per le passioni.
Se vuoi capire cosa ti piace davvero, devi darti la possibilità di provare.
Di esporti a cose diverse.
Di osservare come stai quando le fai.
Ed è qui che entra in gioco un criterio che, per me, è uno dei più utili in assoluto: l’energia.
Le cose che ci portano nella direzione della sofferenza, molto spesso, ci tolgono energia.
Le finiamo e ci sentiamo svuotati. Drenati. Spenti.
Le passioni, invece, tendono a fare il contrario.
Anche quando ci stancano, in un certo senso ci accendono.
Magari fai un giro lunghissimo in bici, torni a casa fisicamente stanco, ma dentro ti senti bene.
Ti senti vivo. Ti senti pieno.
Ecco, questa è una traccia importantissima.
Quando fai qualcosa e, una volta finita, senti che in qualche modo ti ha lasciato più energia di quanta ne abbia tolta, vale la pena prestarle attenzione.
Per me è uno dei segnali più affidabili.
2. Tracciare
Il secondo passaggio è annotare, perché queste cose, se non le segni, le perdi.
È facilissimo avere un’intuizione importante su qualcosa che ti ha fatto stare bene, e dimenticartene due giorni dopo.
Per questo può essere utilissimo avere una nota sul telefono, un quaderno, un foglio, qualunque cosa.
L’importante è creare uno spazio in cui raccogliere due categorie molto semplici:
- le cose che ti danno energia;
- le cose che te la tolgono.
Fatto con costanza, questo esercizio diventa potentissimo. Perché a un certo punto inizi a vedere dei pattern.
Inizi a notare che alcune attività tornano sempre.
Che certi contesti ti nutrono.
Che certe cose, invece, anche se “in teoria” dovrebbero piacerti, nella pratica ti svuotano.
E questa chiarezza, col tempo, vale tantissimo.
3. Commitment
Poi c’è il terzo passaggio, che secondo me è quello decisivo per molti: il commitment.
Cioè il momento in cui smetti solo di osservare e inizi anche a scegliere.
Perché sperimentare è fondamentale, ma a un certo punto serve anche prendere qualcosa che senti promettente e dedicarcisi con continuità.
Questo perché, molto spesso, una passione non è solo qualcosa che ci piace: è anche qualcosa in cui, col tempo, diventiamo bravi.
E diventare bravi cambia tantissimo il rapporto che abbiamo con quell’attività.
Se in qualcosa sei davvero capace, se senti di saperci stare dentro bene, se vedi che migliori, è molto più facile che quella cosa ti coinvolga sempre di più.
Ma per arrivare lì serve allenamento.
Serve costanza.
Serve il fatto di tornarci.
Se vuoi diventare un calciatore bravo, devi allenarti.
Se vuoi migliorare in uno strumento, devi suonarlo con costanza.
Se vuoi capire se una certa direzione è davvero tua, non basta sfiorarla una volta: devi frequentarla.
Ed è qui che quei 90 minuti a settimana diventano preziosi.
Perché ti danno una soglia minima realistica.
Una quantità di tempo abbastanza piccola da essere sostenibile quasi per chiunque, ma abbastanza concreta da iniziare a produrre cambiamento.
Anche se sei molto impegnato, 13 minuti al giorno li puoi trovare. E quei 13 minuti, nel tempo, possono diventare un seme. Possono trasformarsi in qualcosa di più grande. Possono perfino diventare, perché no, una carriera.
Oppure possono restare nel tuo tempo libero, ma diventare comunque una parte centrale della tua vita.
In entrambi i casi, il punto non cambia: stai dando spazio a qualcosa che senti vivo.
In fondo, le passioni non si trovano pensandoci sopra all’infinito
Se dovessi riassumere tutto questo in poche righe, direi così.
- La prima lezione che ho imparato è che le passioni non stanno semplicemente nella direzione del piacere, ma in quella della pace. Non sono solo ciò che ci fa stare bene subito; sono ciò di cui amiamo il bene che ci dà e di cui siamo disposti a sostenere anche la fatica.
- La seconda, a mio avviso anche la più importante per la qualità delle nostre vite, è che la sofferenza, molto spesso, nasce dalle fluttuazioni della mente. Dal pensare troppo. Dal continuo dibattito interiore. E quindi muoversi verso le passioni significa anche imparare a ridurre questa guerra interna. Se vuoi approfondire questo percorso e unirti a un gruppo di persone che sempre più stanno imparando a mettere fine a questa guerra con se stesse, ti invito a dare un’occhiata alla mia community Maestria dell’Invisibile
- La terza è che non serve avere tutto chiaro subito. A volte basta iniziare con poco, ma iniziare davvero: 13 minuti al giorno,
un po’ di sperimentazione,
un po’ di osservazione,
un po’ di costanza.
Perché in fondo, ed è forse la cosa più importante di tutte, le passioni non si trovano stando fermi a pensarci sopra all’infinito.
Si trovano facendo.
Si trovano osservando cosa ti dà energia.
Si trovano notando verso cosa ti senti in pace.
E spesso si trovano proprio lì dove c’è qualcosa che ami abbastanza da accettarne anche il peso.
Un abbraccio,
Samuel
