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Immagina questa scena.
Stai guardando un film e vedi il classico personaggio che “esce dal proprio corpo”.
Il corpo resta lì, immobile, e qualcosa di più sottile — una presenza, una coscienza, un “sé” — si stacca e si muove altrove.
Che sia una scena alla Spider-Man, un film spaziale, o una rappresentazione più spirituale della classica out of body experience, l’effetto è quasi sempre lo stesso:
ci affascina…
ma allo stesso tempo ci fa pensare che appartenga più alla fantascienza che alla realtà.
E se ci pensi, è perfettamente comprensibile.
Per la maggior parte delle persone, queste esperienze sono talmente lontane dalla vita ordinaria da sembrare quasi impossibili.
Al massimo sono un’idea interessante.
Una teoria affascinante.
Una possibilità suggestiva.
Per alcuni c’è il sospetto che dietro ci sia qualcosa di vero…
ma resta comunque qualcosa di teorico.
Per molti altri, invece, resta pura fantascienza.
Il punto però è che questa distanza crea un paradosso molto strano.
Perché quando una persona inizia ad avvicinarsi seriamente a temi come meditazione, coscienza, energia, sogni lucidi, viaggi astrali e stati interiori più profondi, succede spesso una cosa molto precisa:
da un punto di vista concettuale, capisce tutto.
Capisce il linguaggio.
Capisce le spiegazioni.
Capisce anche il senso generale delle tecniche.
Capisce che, probabilmente, c’è davvero qualcosa da scoprire.
Eppure…
nella vita concreta non cambia quasi niente.
Le esperienze non arrivano.
La quotidianità resta grossomodo la stessa.
La percezione non si approfondisce davvero.
E quello che sembrava così chiaro nella mente, resta lontano dall’esperienza.
Questa, per me, è una delle questioni più affascinati e importanti da approfondire quando si affrontano questi temi.
Perché nessuno di noi vuole “restare incastrato/a per anni in una zona intermedia”: abbastanza informati da non essere più scettici fino in fondo, ma non abbastanza trasformati da poter dire di aver davvero toccato con mano ciò di cui stiamo parlando.
Ed è proprio qui che voglio entrare in questo articolo.
In particolare, vedremo tre cose.
- L’autoinganno in cui ero cascato anch’io inizialmente, e come evitarlo
- Come arrivare alle “vere esperienze profonde”
- E, soprattutto, la praticità ed il miglioramento tangibile che tutto questo porta nella vita di tutti i giorni
Perché il punto, in fondo, è tutto qui: non basta capire. Bisogna arrivare a vivere.
Il punto scomodo da cui vale la pena partire
Voglio iniziare con una frase un po’ scomoda.
E la definisco scomoda anche perché, in parte, lo è pure per me.
Non mi considero certo “arrivato”, né perfetto nel controllo di tutto questo.
Sono su un percorso, come tanti.
E proprio per questo so quanto questa frase sia forte.
Ma credo anche che sia vera.
Se controllassimo davvero la nostra attenzione cosciente in maniera perfetta, le esperienze di coscienza fuori dal corpo — le cosiddette out of body experiences, o viaggi astrali, o comunque come preferisci chiamarle — sarebbero molto più comuni e molto più gestibili di quanto immaginiamo.
E lo stesso varrebbe per tante altre esperienze energetiche di cui si sente parlare come di qualcosa di raro, lontano, quasi leggendario:
la percezione dell’energia,
la chiara udienza,
la chiaroveggenza,
e in generale tutta quella fascia di esperienze che oggi sembrano appartenere a un territorio nebuloso, riservato a “pochi eletti”, o a persone “speciali”.
Il problema è che noi partiamo già da un presupposto sbagliato.
Pensiamo che queste esperienze siano lontane perché sono eccezionali.
Molto spesso, invece, sono lontane perché non controlliamo abbastanza bene lo strumento con cui dovremmo accedervi: la nostra attenzione.
Questa è la chiave.
Ed è anche il motivo per cui tante persone si avvicinano a questi temi, leggono, ascoltano, studiano, capiscono… ma poi restano ferme.
Non manca necessariamente la comprensione.
Manca la capacità di rendere stabile, viva e operativa quella comprensione.
1. Il grande autoinganno in cui ero cascato
L’autoinganno più grande in cui ero cascato anch’io quando mi sono avvicinato a questo mondo è stato entrare con una mentalità da scuola.
Una mentalità molto comune, molto normale, e da un certo punto di vista anche utile all’inizio.
La mentalità del voler capire.
Chiariamo subito una cosa: capire serve. Non sto dicendo il contrario.
Per entrare in questo mondo un minimo di comprensione iniziale è assolutamente necessario.
Anzi, in alcuni casi è proprio ciò che ci permette di avere fiducia sufficiente per metterci davvero in gioco.
Ma il problema nasce quando ci fermiamo lì.
Perché tra capire ed esperire c’è una differenza enorme.
Una differenza che spesso sottovalutiamo.
Prendiamo un esempio banale, proprio perché le cose banali sono spesso quelle che spiegano meglio i principi profondi.
Capire come andare in bicicletta, concettualmente, è facilissimo.
Hai i pedali. Hai il manubrio. Hai i freni. Hai l’equilibrio da mantenere.
Detto così, non sembra niente di trascendentale.
E infatti un bambino, se glielo spieghi, capisce rapidamente il concetto generale.
Ma imparare davvero ad andarci?
Quello è un altro mondo.
Lo vedi benissimo quando osservi un bambino che sta imparando
Sale.
Perde l’equilibrio.
Si irrigidisce.
Cade.
Riparte.
Prova a frenare.
Sbaglia i tempi.
Piano piano il corpo impara.
A un certo punto, però, accade il passaggio.
Non è più una comprensione mentale.
Diventa un sapere del corpo.
E da quel momento in poi, sali e vai.
Non devi più spiegarti come fare.
Lo fai.
Lo stesso vale per guidare la macchina.
Lo stesso vale per tantissime abilità.
Lo stesso vale perfino per le classiche chiacchiere da bar su come si sarebbe dovuto giocare una partita di calcio, o come avrebbe dovuto muoversi un pilota in curva, o come si dovrebbe affrontare una certa situazione.
Dal punto di vista concettuale, siamo tutti bravissimi.
Ma una cosa è capire con la mente.
Un’altra è avere dentro di sé quel sapere concreto, esperienziale, corporeo.
Ed è esattamente qui che si inceppa gran parte del lavoro interiore.
Perché tantissime tecniche, quando le ascolti o le leggi, sembrano incredibilmente semplici.
Ancorati al respiro.
Osserva i pensieri.
Riporta l’attenzione.
Non seguire il dialogo mentale.
Resta presente.
Concettualmente, sembra quasi banale.
E in effetti lo è.
Capirlo è banale.
Farlo davvero, bene, con continuità, fino a estrarne i frutti… no.
Questa è la differenza.
Il vero indicatore non è aver capito la tecnica.
E non è nemmeno averla fatta una volta.
Il vero indicatore è averla vissuta abbastanza a fondo da iniziare a vedere un cambiamento tangibile.
Finché non c’è questo passaggio, siamo ancora nella zona del “capisco di cosa si sta parlando”, ma non in quella del “so davvero”.
È molto importante dirlo con chiarezza, perché altrimenti si crea una soddisfazione mentale che assomiglia alla crescita… ma non lo è.
Ti senti più preparato.
Più informato.
Più “dentro” l’argomento.
Ma la tua attenzione è ancora instabile.
I tuoi automatismi sono ancora lì.
La tua energia continua a disperdersi.
E le esperienze più profonde restano lontane.
Non per cattiveria del destino.
Non perché “non sei portato”.
Ma perché non hai ancora compiuto quel passaggio dal sapere mentale al sapere del corpo… o, per essere ancora più precisi in questo contesto, al sapere del corpo energetico.
E questo cambia completamente il modo in cui affrontare il percorso.
Perché da qui in poi smettiamo di chiederci soltanto:
“Ho capito?”
E iniziamo a chiederci:
“Questa cosa sta realmente trasformando il mio stato di attenzione e di coscienza?”
Se la risposta è no, allora (per quanto la teoria sia bella, coerente, affascinante) siamo ancora prima della soglia vera.
Perché questo errore è così comune
Il motivo per cui questo autoinganno è così facile è semplice:
siamo stati educati quasi tutti allo stesso modo.
Studia.
Comprendi.
Ripeti.
Rispondi correttamente.
Sei promosso.
Il nostro sistema di apprendimento, per tantissime cose della vita, funziona così.
E quindi tendiamo ad applicarlo anche qui.
Solo che qui non basta.
Perché il lavoro sull’attenzione non è un contenuto da memorizzare.
È un cambiamento di stato.
E uno stato non lo impari a memoria.
Lo impari abitando una pratica abbastanza a lungo da farla diventare reale in te.
È per questo che alcune tecniche possono sembrare quasi troppo semplici.
Ed è anche per questo che, proprio quelle tecniche, spesso vengono snobbate.
La mente dice:
“Ma sì, ho capito”.
“È troppo banale”.
“Cerchiamo qualcosa di più avanzato”.
“Dammi una tecnica più forte”.
“Dammi l’esperienza vera”.
Ma questo è esattamente il modo in cui ci si sabota da soli.
Perché si vuole il tetto senza aver consolidato le fondamenta.
E il paradosso è che le fondamenta, quasi sempre, sono molto più sobrie e meno appariscenti di quanto il nostro ego vorrebbe.
2. Perché il primo vero progresso si vede nella vita quotidiana, non nelle esperienze straordinarie
Quando si parla di meditazione, coscienza e stati interiori più profondi, molte persone immaginano immediatamente qualcosa di molto lontano dalla vita normale.
Il classico monaco seduto a gambe incrociate su una montagna.
Il monastero.
L’ashram.
Il silenzio assoluto.
Una vita quasi fuori dal mondo.
E allora è naturale che emerga una domanda molto concreta, molto onesta:
“Sì, ok… ma a me cosa cambia?”
“Che senso ha fare tutto questo?”
“Anche se medito un po’, poi torno alla mia vita e i problemi sono ancora lì”.
È una domanda legittima.
E merita una risposta altrettanto legittima.
Perché, se non troviamo un senso concreto a tutto questo, è molto difficile che avremo la costanza necessaria per attraversare davvero il percorso.
La verità è che quando si inizia a riprendere il controllo della propria attenzione, il primo cambiamento importante non è tanto l’esperienza eccezionale.
Il primo cambiamento importante è la qualità della vita quotidiana.
È lì che si vede.
È lì che si misura.
Ed è anche lì che iniziamo a capire se stiamo davvero facendo progressi, oppure se stiamo soltanto accumulando teoria.
La guerra silenziosa tra istinti, emozioni e pensieri
Se guardiamo bene il modo in cui siamo cresciuti e il modo in cui la società ci educa a percepire il mondo, ci accorgiamo di una cosa:
la maggior parte della nostra vita viene vissuta come una lotta continua tra spinte interne diverse.
Istinti.
Emozioni.
Pensieri.
Possiamo chiamarli in tanti modi.
Possiamo anche, semplificando, parlare di tre corpi sottili:
eterico,
astrale,
mentale.
L’etichetta è meno importante del fenomeno.
Il punto è che dentro di noi ci sono forze che tirano in direzioni diverse.
Una parte vuole una cosa.
Un’altra ne vuole un’altra.
Una terza commenta entrambe, giudica, immagina, proietta, anticipa.
E noi viviamo in mezzo a questo continuo attrito.
Non c’è da stupirsi, allora, se la sera arriviamo scarichi.
E la cosa interessante è che tante volte arriviamo scarichi anche quando, apparentemente, non abbiamo fatto nulla di particolarmente pesante.
Quante volte succede di dire:
“Oggi non ho fatto quasi niente, eppure sono distrutto”?
Fisicamente magari hai fatto poco.
Ma energeticamente eri tirato da tutte le parti.
Pensieri che partono.
Reazioni emotive che si accendono.
Istinti che chiedono.
Conflitti interiori che consumano.
E tutto questo logora.
Questa è una chiave enorme, perché ci fa capire che il lavoro sull’attenzione non serve solo a “fare esperienze spirituali”.
Serve prima di tutto a porre fine, o almeno a ridurre moltissimo, questa guerra interna.
E quando questa guerra si riduce, succedono almeno tre cose fondamentali.
La prima: smetti di vivere solo reagendo.
La seconda: smetti di essere vittima del flusso mentale.
La terza: inizi a pensare davvero con la tua testa, non solo con l’eco di ciò che ti circonda.
Vediamole bene, perché qui c’è una parte centrale di tutto il discorso.
Primo cambiamento: passare dal reagire all’agire
Un esempio molto semplice di uno dei miei mentori mi ha chiarito questa questione in modo quasi definitivo.
Immagina una persona che sta andando a ritirare la macchina in officina.
Cammina tranquilla.
Lungo la strada passa davanti a un panificio che ha appena sfornato il pane fresco.
Da quel momento in poi, il modo in cui prosegue la sua giornata ci dice moltissimo sul suo stato interiore.
Una persona con un buon livello di presenza e gestione di sé passa lì davanti, sente il profumo e magari pensa:
“Che buon odore di pane fresco.”
E poi continua a camminare verso l’officina.
Ha sentito lo stimolo.
L’ha percepito.
Ma non ne è stata trascinata via.
Una persona che invece non ha ancora un buon controllo di istinti, emozioni e pensieri, molto probabilmente inizierà un piccolo film mentale.
“Mmm, che buono.”
“Quasi quasi un panino ci starebbe.”
“Anzi, un panino con la Nutella sarebbe fantastico ora che ci penso.”
“Però mi ero ripromesso di stare a dieta.”
“Che faccio?”
“Lo mangio?”
“Non lo mangio?”
A quel punto, qualunque decisione prenda, molto spesso succede una cosa:
la mente continua.
Se mangia il panino:
“Non dovevo”.
“Mi ero ripromesso di stare a dieta”.
“Non riesco mai a mantenerla”.
“Dovevo risparmiare”.
“Perché faccio sempre così?”.
Se non lo mangia:
“Ma guarda te se non posso nemmeno mangiare quello che voglio.”
“Che scatole questa dieta”.
“Potevo anche concedermelo”.
“Quasi quasi torno indietro”.
Ora, mangiare un panino o non mangiarlo non ti cambia la vita.
Di per sé è un esempio quasi ridicolo.
Ed è proprio per questo che è utile.
Perché ci mostra in miniatura un meccanismo che poi, applicato alle questioni importanti, diventa gigantesco.
Il punto non è il panino.
Il punto è vedere come basta un piccolo stimolo esterno per portarci via energia, presenza, lucidità.
E se questo succede con un panino, figurati cosa succede quando vengono toccati i nostri nervi scoperti.
I nervi scoperti: il punto in cui diventiamo manipolabili
Appena qualcuno tocca qualcosa con cui ci identifichiamo profondamente, la reazione parte quasi da sola.
Può succedere con la politica.
Può succedere con la dieta.
Può succedere con il lavoro.
Può succedere con i valori.
Può succedere con l’orgoglio.
Prendi una persona molto identificata con una certa posizione politica.
Vai da lei e attacca quella posizione in modo diretto.
Nel giro di pochi secondi, il più delle volte, vedi cambiare completamente il suo stato, andando su tutte le furie.
Oppure prendi una persona molto identificata con un certo modo di mangiare.
Vegano, carnivoro, salutista, quello che vuoi.
Tocca quel punto.
Guarda cosa succede.
Magari non esplode subito in rabbia.
A volte sì.
Altre volte si chiude.
Si offende.
Rimugina.
Ti sorride davanti e poi passa i due giorni successivi a pensarci.
Magari comincia perfino a provare risentimento.
E questo è un aspetto importantissimo:
la reazione non è sempre plateale.
Spesso è interna.
Silenziosa.
Ma intanto va avanti.
E consuma.
Quando qualcuno tocca qualcosa a cui teniamo perché ci identifichiamo con esso, entra in gioco ciò che comunemente potremmo chiamare senso di importanza personale.
E qua non si tratta di dire che quella posizione sia giusta o sbagliata.
Non è quello il punto.
Il punto è osservare che, nel momento in cui un nervo scoperto viene toccato, iniziamo a reagire invece che scegliere.
Ed è esattamente lì che il lavoro sull’attenzione mostra il suo primo lato pratico.
Perché quando l’attenzione diventa più stabile, ci si accorge prima che la reazione automatica parta.
La si vede nascere.
La si sente salire.
E questo crea uno spazio.
Non sto dicendo che qualunque impulso vada sempre represso.
Sto dicendo qualcosa di molto più semplice e molto più importante:
quando lo vedi, puoi scegliere.
E questa possibilità di scelta è una svolta enorme.
Quante volte ci è capitato di dire:
“Cavolo, non avrei dovuto farlo”.
“Non avrei dovuto rispondere così”.
“Non avrei dovuto reagire in quel modo”.
Quasi sempre, dietro queste frasi, c’è una verità molto semplice:
in quel momento la nostra attenzione non era abbastanza presente da notare la reazione e decidere se seguirla.
Siamo stati trascinati.
E vivere trascinati è uno dei modi più sicuri per disperdere energia e allontanarsi da qualunque esperienza più profonda.
Un modo sorprendente per capirlo: i vizi capitali
Se vogliamo guardare la questione da un’altra ottica, molto interessante soprattutto per il nostro contesto culturale, possiamo perfino usare i sette vizi capitali come chiave di lettura.
Non in modo moralistico.
Non in modo dogmatico.
Non nel senso del “se fai questo sei cattivo”.
Ma come diagnosi energetica.
Visti così, i vizi capitali sono quasi un catalogo di ciò che accade quando perdiamo il controllo di noi stessi e viviamo di reazioni.
Prendi la superbia, per esempio.
L’eccesso di orgoglio ti rende manipolabilissimo/a.
Se qualcuno tocca la tua immagine, reagisci.
Magari cambi comportamento non perché lo vuoi davvero, ma per dimostrare qualcosa.
Magari fai scelte azzardate.
Magari spendi soldi che non volevi spendere.
Magari ti complichi la vita per difendere un’immagine.
E tutto questo non è solo un problema morale.
È uno spreco enorme di energia.
Vale per la superbia, ma vale in modi diversi anche per gli altri “vizi”.
Per questo, osservati con intelligenza, possono diventare una mappa potentissima per capire dove stai perdendo forza, lucidità e libertà.
Non come condanna o dogma.
Ma come strumento per riprenderci la nostra energia.
Secondo cambiamento: passare da vittima a regista
C’è poi un altro passaggio che, dal mio punto di vista, è ancora più importante.
Se togli alla maggior parte delle giornate i ricordi rivissuti nella testa, le ipotesi sul futuro, i dialoghi immaginari e i giudizi continui su di te e sugli altri, che cosa resta?
Molto spesso resta una realtà sorprendentemente semplice e gestibile.
Questa è una realizzazione enorme.
Perché ci fa notare che, nella maggior parte dei casi, non siamo schiacciati tanto dagli eventi… quanto dal film mentale che costruiamo attorno agli eventi.
Ed è qui che diventiamo vittime.
Un cane, tendenzialmente, è felice quando sei lì.
Se arrivi a casa, ti vede e si illumina.
Non sta pensando a cosa potrebbe andare storto tra mezz’ora.
Non si sta domandando se domani il cibo finirà.
Non rivive all’infinito una lite con un altro cane avvenuta tre giorni fa.
Vive quello che c’è.
Noi, invece, facciamo il contrario.
Anticipiamo.
Ripassiamo.
Rimuginiamo.
Proiettiamo.
E intanto ci consumiamo.
Un esempio che praticamente tutti conoscono è la fine di una relazione.
Finisce una storia.
Stai male.
Poi una sera esci con amici, ridi, ti distrai, sei quasi sereno.
Poi torni a casa da solo… e ricadi.
Cos’è cambiato?
L’evento è sempre lo stesso.
La relazione è sempre finita.
Non è successo nulla di nuovo.
È cambiato solo dove si era posata la tua attenzione.
Quando era altrove, il peso si alleggeriva.
Quando tornava lì, il dolore si riaccendeva.
Questo non significa che gli eventi non contino o che il dolore non sia reale.
Sarebbe una banalizzazione sciocca.
Significa però una cosa più profonda: molto del peso che portiamo non è creato dall’evento in sé, ma dal fatto che non decidiamo noi dove va la nostra attenzione.
Sono le circostanze a deciderlo.
Siamo soli, la mente si aggancia.
Siamo distratti, si sgancia.
Siamo con certe persone, stiamo meglio.
Siamo in un altro contesto, ricadiamo.
E questo significa essere vittime: delle circostanze, dei blocchi emotivi (energie), e parafrasando Carl Jung, anche dell’inconscio collettivo!
Riprendere il controllo dell’attenzione, invece, non rende magicamente piacevoli gli eventi difficili.
Ma fa sì che non ne diventiamo schiavi interiormente.
Questa è una differenza enorme.
Terzo cambiamento: la nascita di una chiarezza mentale vera
Il terzo grande effetto del lavoro sull’attenzione è la chiarezza mentale.
E qui voglio essere preciso.
Non intendo dire “diventare automaticamente nel giusto”.
Non intendo dire “pensarla come me”.
Non intendo neanche dire “avere opinioni alternative tanto per averle”.
Intendo iniziare davvero a pensare con la propria testa.
Se stai leggendo un articolo come questo, o se ti stai avvicinando seriamente a questi temi, è probabile che in te questa spinta ci sia già.
Perché non tutti si fermano a chiedersi se la realtà vada oltre ciò che appare.
Non tutti si chiedono se ci sia qualcosa di più nella coscienza.
Non tutti sentono il bisogno di esplorare.
Molte persone, purtroppo, vivono quasi sempre appoggiate a quella che potremmo chiamare l’opinione pubblica.
Cioè alla somma di ciò che dicono gli altri.
A volte è il telegiornale.
A volte è la cultura del gruppo.
A volte è il personaggio televisivo del momento.
A volte è semplicemente il pensiero dominante.
E di nuovo: non sto dicendo che ciò che dicono gli altri sia sempre sbagliato.
Il punto non è quello.
Il punto è chiedersi: c’è un pensiero vivo lì dentro, oppure solo un’eco?
Quando l’attenzione si rafforza, inizi a vedere meglio il rumore.
Inizi a staccarti un po’ da quella che potremmo chiamare “anima di gruppo”.
Cominci ad avere una posizione interiore più autonoma.
Più centrata.
Più tua.
Magari sbagliata, ma tua.
E questo è già un enorme passo avanti.
Perché significa iniziare a percepire che non sei semplicemente il chiacchiericcio della mente, non sei semplicemente le reazioni automatiche, non sei semplicemente il riflesso del gruppo.
C’è qualcosa che osserva tutto questo.
E più l’attenzione si intensifica, più questa percezione diventa concreta.
3. Come si arriva davvero alle esperienze profonde: non con la teoria, ma con l’energia recuperata
Arriviamo ora al punto che interessa quasi tutti quando entrano in questo mondo.
Come si arriva alle esperienze vere?
Quelle profonde.
Quelle che ti fanno capire, senza più dubbi, che c’è davvero qualcosa oltre il livello ordinario della percezione.
La risposta, per come la vedo oggi, è questa:
ci sono metodi specifici che facilitano certe esperienze, certo.
Ci sono tecniche per i sogni lucidi.
Ci sono tecniche per favorire le out of body experiences.
Ci sono approcci più diretti e approcci più graduali.
Tutto vero.
Ma la chiave centrale che rende davvero praticabili queste esperienze è il recupero dell’energia attraverso il controllo dell’attenzione.
Questo è il cuore.
Perché senza energia sufficiente, l’ignoto resta lontano.
Lo intuisci, lo desideri, lo immagini…
ma non lo attraversi.
Ed è qui che moltissime tradizioni, apparentemente molto diverse tra loro, iniziano stranamente a convergere.
Tutte le vere vie parlano, in fondo, di risparmio energetico
Che tu guardi a certe forme di buddhismo, all’induismo, ai Toltechi, a certe letture del cristianesimo esoterico o ad altre scuole tradizionali, a un certo punto compare sempre una forma di disciplina.
A volte è presentata come codice etico.
A volte come insieme di comportamenti corretti.
A volte come elenco di cose da evitare.
A volte come “vizi” da non nutrire.
A volte come “via giusta”.
Se ci fermiamo al livello superficiale, rischiamo di vederle tutte in modo dogmatico.
Come se fossero solo imposizioni morali.
Ma se vai all’essenza, molto spesso scopri che ciò che stanno cercando di dirti è:
non sprecare energia.
I Toltechi, per esempio, avevano questa visione in modo estremamente pratico.
Parlavano di arte dell’agguato.
Un’arte tutta orientata a risparmiare energia, eliminare l’importanza personale, smettere di vivere in modo pesante e automatico, diventare più leggeri, più impeccabili, più distaccati.
Se ci pensi, non siamo lontani da quello che dicevamo poco fa.
Quando un nervo scoperto viene toccato e reagisci per tre giorni, stai sprecando energia.
Quando devi sempre difendere la tua immagine, stai sprecando energia.
Quando vivi dentro dialoghi mentali continui, stai sprecando energia.
E questa energia persa è proprio quella che poi ti manca per approfondire davvero la percezione.
È per questo che tutte le scuole serie, in un modo o nell’altro, finiscono per darti una condotta.
Non per farti diventare “bravo” secondo uno standard morale astratto.
Ma per insegnarti a non disperdere la tua forza.
Questo è un punto essenziale.
E secondo me cambia moltissimo il modo in cui si ascoltano certi insegnamenti.
Perché a quel punto la domanda non è più:
“Perché mi stanno dicendo che devo comportarmi così?”
Ma:
“In che modo questo mi sta insegnando a conservare energia?”
Quando impari a porre questa domanda, tantissime cose diventano improvvisamente più chiare.
La vera partita non si gioca nei 10 minuti di meditazione
Questo è forse il passaggio pratico più importante di tutto l’articolo.
Serve a poco fare 10, 15 o 20 minuti di meditazione (magari anche fatti bene) se poi il resto della giornata viene vissuto in totale automatismo.
La seduta serve.
Certo che serve.
È allenamento.
È laboratorio.
È il luogo in cui coltivi un certo tipo di intensità, di silenzio, di presenza.
Ma la partita vera si gioca fuori.
Si gioca quando finisce la seduta e torni alla tua vita.
Perché è lì che vedi se quella qualità di attenzione rimane solo un’esperienza isolata… oppure se inizia a diventare la tua modalità di presenza nel mondo.
Puoi fare una pratica bellissima al mattino.
Poi però esci e basta una discussione, una provocazione, una preoccupazione, una distrazione, un impulso, e la tua attenzione viene trascinata via per il resto della giornata.
In quel caso, la pratica ha avuto sicuramente un suo valore.
Ma non sta ancora trasformando davvero la tua struttura quotidiana.
Il salto arriva quando inizi a portarti dietro almeno una quota di quella presenza.
Non tutta.
Non subito.
Non in modo perfetto.
Ma una quota sì.
Un pezzettino di quel silenzio.
Un pezzettino di quell’osservazione.
Un pezzettino di quell’intensità.
E giorno dopo giorno, quel pezzettino cresce.
È lì che l’attenzione cambia davvero qualità.
È lì che la tua energia personale inizia davvero a riorganizzarsi.
È lì che i segni concreti di progresso iniziano a farsi vedere.
Non in astratto.
Sei nella vita.
Ma ti accorgi prima delle reazioni.
Rimugini meno.
Ti fai portare via meno.
Arrivi a sera con più energia.
Sei meno frammentato.
Meno disperso.
Meno “tirato da tutte le parti”.
E tutto questo non è un effetto collaterale secondario.
È la base reale su cui poi si costruiscono anche le esperienze più profonde.
Le tecniche sono una zattera, non la destinazione
C’è una parabola del Buddha che secondo me illumina questa questione in modo perfetto.
Un uomo si trova su una sponda del fiume e vuole arrivare dall’altra parte.
Per attraversarlo costruisce una zattera.
Con quella zattera riesce a passare.
Arriva finalmente dall’altra parte, in un luogo migliore.
A quel punto può fare due cose.
La prima è dire:
“Questa zattera mi è stata utilissima. È stata fantastica. Meglio portarmela sulle spalle per sempre, nel caso mi serva ancora.”
La seconda è ringraziarla, lasciarla lì, e continuare il cammino.
Le tecniche sono esattamente così.
All’inizio servono eccome.
Anzi, senza strumenti concreti, nella maggior parte dei casi si resta confusi.
Ma se ti attacchi alla tecnica in sé e perdi di vista lo stato che dovrebbe aiutarti a raggiungere, rischi di trasformarla da mezzo a peso.
Per questo è importante coglierne l’essenza.
Un mantra, per esempio, può essere utilissimo.
Il conto mentale a ritroso può essere utilissimo.
L’ancoraggio al respiro può essere utilissimo.
Ma il punto non è fare il tifoso delle tecniche.
Il punto è capire a cosa ti stanno portando.
Ti stanno portando verso un’attenzione più raccolta.
Verso un silenzio mentale maggiore.
Verso una riduzione del rumore.
Verso la percezione dell’osservatore.
Verso uno stato di non mente.
Questo è ciò che conta.
Se perdi di vista questo, inizi il classico pellegrinaggio da una tecnica all’altra.
Questo dice che la sua è la migliore.
Quell’altro dice che tutte le altre sono sbagliate.
Poi ne provi una nuova.
Poi un’altra ancora.
Poi ti blocchi.
Oppure salti continuamente da un metodo all’altro senza mai approfondirne davvero uno.
È un rischio molto comune nell’epoca dell’informazione, proprio perché oggi abbiamo accesso a una quantità enorme di contenuti, scuole, approcci e maestri.
Questo ha grandi vantaggi, ma ha anche un problema:
è facilissimo perdere l’essenza.
La domanda giusta non è:
“Qual è la tecnica migliore in assoluto?”
La domanda giusta è:
“Che stato di coscienza mi aiuta a coltivare questa tecnica?”
Perché una volta che cominci a cogliere quello stato, il gioco cambia completamente: lo puoi raggiungere con qualunque tecnica, o con nessuna… perché lo stato di coscienza è l’obiettivo, non il metodo per raggiungerlo.
Quando la tecnica funziona davvero
Una tecnica sta funzionando davvero quando non ti lascia solo una sensazione piacevole momentanea, ma inizia a cambiare qualcosa di tangibile nel tuo modo di essere.
Quando noti più presenza.
Più energia.
Più capacità di non seguire immediatamente il primo impulso.
Più lucidità nei pensieri e nei sogni.
Più spazio tra te e i tuoi automatismi.
Più capacità di osservare.
E soprattutto quando inizia a crearsi quel sapere diretto che non è più soltanto mentale.
Un sapere simile a quello della bicicletta.
Un sapere simile a quello del guidare.
Un sapere che non devi convincerti di avere.
Ce l’hai e basta, perché lo vivi.
Ed è qui che il discorso sulle esperienze profonde smette di essere teorico.
Perché a quel punto, anche senza forzare troppo, il sistema inizia a diventare più adatto a sostenerle.
Hai più energia.
Hai più silenzio.
Hai più continuità di attenzione.
E allora certe soglie, pian piano, si avvicinano.
A volte attraverso pratiche specifiche.
A volte in modo sorprendentemente spontaneo, durante la meditazione o perfino nel sonno.
Ma non perché hai “capito meglio”.
Bensì perché stai diventando internamente più adatto a viverle.
Un chiarimento importante: non serve scappare dalla vita
A questo punto vale la pena chiarire un’altra cosa.
Portare attenzione nella quotidianità non significa diventare asceti chiusi in un monastero.
Non significa smettere di vivere.
Non significa uscire dal mondo.
Anzi, il punto è esattamente il contrario.
Il punto è vivere il mondo con una qualità diversa di presenza.
Mangiare, ma mangiando davvero.
Camminare, ma camminando davvero.
Ascoltare, ma ascoltando davvero.
Lavorare, ma non completamente inghiottiti dal rumore interno.
Parlare, ma senza essere trascinati in continuazione dagli automatismi.
Questa è la vera pratica.
La meditazione formale è il luogo in cui coltiviamo lo stato.
La vita quotidiana è il luogo in cui lo incarniamo.
E se manca uno dei due, il percorso resta zoppo.
Solo pratica formale senza quotidiano? Rischi di creare una bella parentesi che non trasforma la vita.
Solo quotidiano senza pratica formale? Rischi di non avere abbastanza intensità per riconoscere davvero ciò che stai cercando di portare nella vita.
Le due cose si alimentano a vicenda.
Ma la prova del nove, alla fine, la vedi sempre nel quotidiano.
Riassumendo: perché quasi tutti restano alla soglia
A questo punto possiamo tirare le fila del discorso – di quello che ho compreso fino ad ora camminando questa strada.
Non pretendo che sia la verità assoluta, e sono certo che tra qualche anno avrò una prospettiva più avanzata e magari noterò qualche errore o imprecisione in quanto visto fino ad ora…
…ma per ora, questo è quello che mi sono portato a casa:
Se le esperienze più profonde restano teoriche o addirittura fantascienza per quasi tutti, non è necessariamente perché siano impossibili.
E non è nemmeno perché siano riservate a pochi eletti, specialmente in quest’epoca.
Molto spesso il motivo è molto più semplice, e proprio per questo più facile da ignorare.
Primo: entriamo in questo mondo con la mentalità sbagliata.
Pensiamo che capire basti.
Scambiamo la comprensione mentale per realizzazione.
E restiamo intrappolati in una soddisfazione teorica che non trasforma davvero nulla.
Secondo: non ci rendiamo conto che il primo banco di prova non è l’esperienza mistica, ma la vita quotidiana.
Se continuiamo a vivere completamente in balia di istinti, emozioni e pensieri, se reagiamo a ogni stimolo, se rimuginiamo continuamente, se ci facciamo portare via da ogni nervo scoperto… allora stiamo ancora perdendo la maggior parte della nostra energia.
Terzo: facciamo spesso l’errore di confinare la pratica a pochi minuti isolati, senza portarne l’essenza nella giornata.
E così il cambiamento resta locale, temporaneo, incompleto.
Mentre la vera trasformazione avviene quando quella qualità di attenzione inizia a infiltrarsi nella vita intera.
E alla fine, il punto più importante è questo: le esperienze profonde non si raggiungono solo cercandole direttamente.
Si raggiungono diventando il tipo di persona che ha abbastanza attenzione, abbastanza energia e abbastanza silenzio interiore da poterle sostenere.
Questo è il cuore.
Non si tratta di accumulare informazioni.
Non si tratta di collezionare tecniche.
Non si tratta di sentirsi “nel giusto”.
Si tratta di cambiare davvero il proprio stato.
Ed è per questo che, quando il lavoro viene fatto bene, i risultati iniziano a vedersi molto prima di qualunque esperienza straordinaria.
Ti accorgi che reagisci meno.
Ti accorgi che sprechi meno energia.
Ti accorgi che la mente ti trascina meno.
Ti accorgi che sei più presente.
Ti accorgi che arrivi a sera con più forza.
Ti accorgi che c’è più spazio, più silenzio, più chiarezza.
E quando questo inizia ad accadere, ti trovi a vivere in uno stato di pace che prima sembrava lontanissimo.
E durante il percorso, gli “espluà” ti fanno toccare con mano gli stati successivi.
Non più come teoria.
Non più come qualcosa di bello da ascoltare e basta.
Ma come qualcosa verso cui, finalmente, stai andando davvero.
Perché a quel punto il punto non è più chiedersi:
“È vero o non è vero?”
E non è nemmeno chiedersi:
“Ho capito bene il concetto?”
La domanda vera diventa un’altra:
“Sto vivendo in un modo che mi rende capace di verificarlo in prima persona?”
Quando la risposta inizia a diventare sì, allora smetti di stare alla porta dell’esperienza…
e cominci davvero ad attraversarla.
Un abbraccio e alla prossima,
Samuel
P.S: Questo articolo è ricavato da una lezione live che ho fatto all’interno di Maestria dell’Invisibile, la mia community dove condivido il lato pratico di questo cammino.
