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Tempo di lettura: 10 minuti

Overthinking: l’arte di creare problemi che non esistono,
preoccuparsi di ogni piccola cosa
e vivere con ansia costante.

Tra il 1970 e i primi anni 2000, dal mondo orientale, abbiamo importato un nuovo termine:
Mindfulness.

A causa dei ritmi moderni sempre più elevati,
lavoro e tempo libero che ormai non hanno più confini ben definiti,
e gli stimoli di email, news, social e tecnologia sempre più presenti nel quotidiano…
…è diventato evidente come la nostra mente fosse sotto attacco.

Ma, circa 20 anni fa, qualcosa è cambiato.

Le parole “mindfulness” e “meditazione” hanno iniziato a comparire ovunque. TED Talks. Riviste. Libri.
Documentari con musiche lente e tramonti in slow motion.
Programmi TV che parlavano di silenzio interiore.

La meditazione è passata da pratica spirituale conosciuta da pochi monaci sull’Himalaya, a conversazione mainstream.

E per un po’ ha funzionato:
Dieci minuti al giorno.
Respiri profondi.
Campanellini.
App con voci rassicuranti.

Poi però succedeva sempre la stessa cosa:
Finivi la sessione.
Ti sentivi leggero.
Uscivi dalla stanza.
E mezz’ora dopo eri di nuovo lì:

  • Pensieri.
  • Confronti.
  • Ansie.

Il dialogo interno della mente ripartiva come se qualcuno avesse premuto il tasto “play”.

E la conclusione diventava personale.
“Non sono capace”.
“Non fa per me”.
“Non riesco a svuotare la mente”.

Ma il vero problema non sono le abilità di chi pratica,
bensì il fatto che abbiamo importato il rituale, ma non la comprensione.

Come disse Einstein:

“La perfezione dei mezzi e la confusione dei fini sembra caratterizzare la nostra epoca”.

Abbiamo preso la postura.
Il respiro.
Il timer.

Ma abbiamo lasciato indietro la domanda fondamentale:
Perché la mente parla così tanto, anche quando le chiediamo di stare in silenzio?
Com’è possibile che non siamo in grado di controllarla?

Così la mindfulness è diventata un’altra voce nella lista.
Un’altra “cosa da fare”:
Un altro impegno tra i mille che abbiamo ogni giorno.
Una pratica nata per liberarci dal rumore mentale
è diventata, per molti,
l’ennesimo impegno elegante per sentirsi in controllo…
mentre dentro continuava lo stesso caos.

Ma i Maestri Zen,
I Monaci Buddisti,
gli eremiti sull’Himalaya
hanno scoperto 3 verità fondamentali che, a differenza della mindfulness, non sono mai arrivate nel mainstream occidentale.

Le 3 verità che erano il vero segreto per eliminare lo stress dalle nostre vite, e tornare felici come bambini.

Le stesse 3 verità, che oggi sveleremo…
..cominciando da:

1 - La domanda che abbiamo dimenticato in Oriente!

La mindfulness è una tecnica per eliminare lo stress e l’ansia dati dai pensieri continui, il famoso “overthinking”.

Il problema è che non ci siamo mai fermati a chiederci:
“Com’è possibile che la mente continui a parlare anche quando le chiediamo di fare silenzio?”.

C’è una parte della mente che è fenomenale e che controlliamo perfettamente; quella parte che:
ti permette di fare calcoli,
ti aiuta a risolvere i problemi quando si presentano,
e ti aiuta nel quotidiano a gestire ogni situazione.

Ma c’è un’altra parte della mente, che chiameremo “il telecronista”, che ha un commento per ogni cosa che fai.
Per alcuni è un motivatore, sempre pronto a fargli i complimenti;
ma per molti di noi è peggio della vecchia pettegola del paese:

  • sempre pronta a sottolineare ogni errore;
  • sempre pronta a farti vedere quanto gli altri siano meglio di te;
  • e fenomenale nel farti vivere in ansia costante.

Se ci pensi, è assurdo: la mente è una parte di noi tanto quanto le nostre mani…
…ma comportandosi così è come se, ogni tanto, per sport, le mani si mettessero a prenderci a sberle, e fossimo incapaci di fermarle.

Questo può sembrare un paragone assurdo, ma è la chiave dietro alla prima verità scoperta da queste grandi Tradizioni.
A tutti è chiaro che la mano è una parte di noi, ma non siamo noi.
Se, malauguratamente, dovessimo perdere una mano e ci venisse amputata, diremmo di aver perso uno strumento utile, ma “Noi” siamo ancora “Noi”.

Certo, ci manda una mano, ma questo di certo non ci ha annientati.

Se, in una situazione meno tragica, la mano smettesse di funzionare in modo ottimale (magari a causa di un incidente), ci metteremmo subito a fare riabilitazione – cioè rieducarla a funzionare in modo utile per noi.

Ma la mente?

Siamo talmente abituati a sentirla chiacchierare tutto il giorno, che ormai non la vediamo più come uno strumento, ci identifichiamo con lei… ci identifichiamo con i suoi pensieri.

La mindfulness è una pratica a posteriori: funziona veramente quando capisci cosa stai facendo.

La prima grande verità sta proprio qui:
la mente è uno strumento, tanto quanto la nostra mano.
Anche se la sentiamo chiacchierare tutto il giorno, non significa che siamo la mente…
Tanto quanto, anche se vediamo la mano tutto il giorno, non significa che siamo la mano.

La mindfulness, tra i suoi primi veri scopi, ha quello di farci verificare in maniera sperimentale e diretta queste verità:
se riusciamo a fare completo silenzio mentale (nessun dialogo interno) e ci accorgiamo di essere comunque vivi e presenti, allora significa che non siamo i pensieri.
Siamo piuttosto ciò che sta dietro di essi e li osserva.

Certo, in quanto strumento, se vogliamo possiamo usare la mente (tanto quanto possiamo usare le mani)
Ma se riusciamo a renderci conto che non siamo i nostri pensieri, torniamo a riconoscere la mente come “strumento” e non come “noi”, riuscendo dunque a silenziare “il telecronista criticatore” che non perde occasione per farci sentire male.

A scuola tutti abbiamo studiato il popolo dei Maya, ma nessuno ci ha mai detto che questo chiacchiericcio mentale fuori controllo è un problema che hanno imparato a risolvere già loro!

Nella Tradizione Maya infatti, la mente che chiacchiera veniva paragonata a 7 pappagalli (la figura mitologica di Vukub Caquix).
Per quanto figura mitologia però, in realtà è una metafora super azzeccata:
quella parte della mente che abbiamo definito il telecronista è come un pappagallo sulla nostra spalla; non parla quando vogliamo noi, ma chiacchiera in continuazione senza il nostro controllo.

Vederlo come un pappagallo ci aiuta a smettere di identificarci con esso, e capire che se questo telecronista dice “sono un perdente” o “sono uno stupido”, non siamo costretti a crederci; tanto quanto se dice “sono il migliore” o “sono il più bello” non siamo costretti a gonfiare il nostro ego.

Questi commenti, positivi o negativi che siano, sono il corollario delle nostre giornate, che ci fa focalizzare su noi stessi passando dal “povero me”, al “beato me” e di nuovo al “povero me”, alimentando la nostra concentrazione su noi stessi e facendoci perdere tutte le energie in questo.

Quando siamo tristi, quando siamo arrabbiati,
o quando siamo preoccupati,
quasi mai ci troviamo in una situazione di pericolo…
…siamo invece sotto un processo di telecronaca (dialogo interno) intenso che sta guidando le nostre emozioni in quella direzione.

Senza questa consapevolezza (del fatto che la mente è uno strumento, ma non siamo “Noi”), gli esercizi di mindfulness non funzioneranno mai fino in fondo.
Ci sembrerà sempre star limitando noi stessi finché cerchiamo di fare silenzio mentale, quando invece è un riprendere il controllo di uno strumento – la mente.

Comprendere questo, non ci aiuta a calmare il dialogo interno del pappagallo.
A questo scopo però, possiamo usare la seconda grande verità:

2 - I fili mossi dal pappagallo: la mezza medaglia.

Renderci conto che questo chiacchiericcio mentale non siamo noi, e che procede al di fuori del nostro controllo, è una “diagnosi”, ma di certo non una soluzione.

Per fermare questo chiasso fuori controllo, dobbiamo capire che fili muove il pappagallo per metterlo in moto.

Immagina una marionetta che prende vita:
fino ad ora si è sempre mossa grazie ai fili che la muovono,
ma ora che è viva, è comunque costretta a muoversi seguendo i movimenti dei fili (per lo meno quando vengono tirati).

Imparando a tagliare i fili però, diventa libera di fare ciò che vuole.

Il pappagallo telecronista funziona allo stesso modo:
usa le sue parole come dei fili per guidare le nostre preoccupazioni, i nostri sentimenti e quindi le nostre azioni.

Come la marionetta però, anche noi abbiamo la possibilità di tagliare i fili, e il primo passo, è identificare i fili più importante usato dal pappagallo:
la mezza medaglia.

Come ben sappiamo, ogni medaglia ha 2 facce, ma il telecronista si sofferma sempre su una sola, e ce la ripete all’infinito.

Se un nostro amico compra una casa nuova per esempio, il telecronista subito inizia:
“vedi come a lui le cose vanno meglio che a te?”
“si era appena preso la macchina nuova, e ora anche la casa… tu invece?”

E nel giro di poco, ansia e frustrazione iniziano a salire.

Ciò che il telecronista non ci fa vedere però, è l’altra faccia della medaglia:
magari questa persona ha una vita materiale più agevole della nostra,
ma magari ha una famiglia molto meno unita di noi, e non ha nessuno che gli stia accanto nei momenti difficili.

Oppure ha un’ottima famiglia, ma lavora 22 ore al giorno, e non ha mai tempo da dedicare alla sua salute.

“Il paragone è il ladro della gioia”.  – Theodore Roosevelt

Perché quando paragoniamo, ci dimentichiamo di farlo a 360°.

E anche quando giudichiamo gli eventi, spesso stiamo facendo lo stesso errore.

Il pappagallo ci fa dividere ciò che ci accade in due categorie nette: positivo o negativo, fortuna o sfortuna, bene o male.
È una semplificazione naturale, quasi automatica.
Eppure, col tempo, ci rendiamo conto che la realtà raramente è così lineare.

Molti degli eventi che, nel momento in cui li viviamo, giudichiamo come ingiusti, dolorosi o profondamente sbagliati, a distanza di anni ci mostrano una seconda faccia, meno evidente ma spesso più trasformativa.
Come si suol dire “ciò che non uccide, fortifica”, e spesso le persone più felici sono quelle che hanno avuto una vita più complessa, perché le ha rese più forti.

Un po’ come in palestra, allenarsi mette a dura prova, ma i risultati parlano da sé… allo stesso modo le esperienze della vita, tendenzialmente, più complesse sono, e più ci fanno crescere.

Realizzare questa semplice verità, è il secondo segreto dei grandi maestri di conoscenza, perché libera dalla grinfie del pappagallo telecronista:

  • Quando ci fa nostre come gli altri stiano meglio di noi in alcuni aspetti, noi sappiamo che magari è vero, ma noi stiamo meglio in altri.. e questo ci dona pace.
  • Quando ci fa notare come le cose stanno andando “male”, ci viene in mente come le difficoltà del passato ci hanno reso migliori… quindi ci rimbocchiamo le maniche, e ci godiamo l’allenamento.

Pian piano, quindi smettiamo di dare seguito alle sue telecronache.

Ma proprio in quel momento, il pappagallo sferra il suo ultimo attacco.

Accorgerci che ci mostra solo mezza medaglia, infatti, è già una piccola liberazione.
Ma vedere entrambe le facce non basta ancora: prima o poi la sua voce tornerà a tirare i fili.

Ed è proprio qui che entra in gioco la terza verità di questi uomini di conoscenza:

3 - Una strada che ha un cuore, e una volontà di ferro.

L’ultima grande leva che usa il pappagallo è dirci che:

  • “avremmo potuto fare meglio”; o che
  • “se avessi scelto diversamente, le cose avrebbero preso una piega diversa”.

E davanti a queste affermazioni, c’è solo un modo per avere la meglio su di lui e spezzare definitivamente i fili che usa per guidarci, e cioè seguire l’ultima grande regola degli uomini di conoscenza.

Questa regola, è composta da 3 principi:

1 - Ogni strada ha pro e contro

Come abbiamo già visto, tutto nella vita ha dei pro e dei contro, e questo vale anche per la strada che scegliamo di percorrere.

Fare il dottore, per esempio, porta uno stipendio sopra la media, ma porta anche una grande responsabilità e probabili sensi di colpa quando magari non si riesce a salvare una vita.

Lo stesso vale per ogni altro lavoro, relazioni e scelta di vita: ci sono pro e contro.

Consci di questo quindi, il primo insegnamento è di scegliere una strada che per noi ha un cuore (che sentiamo giusta dentro di noi); una strada di cui amiamo i pro, e siamo disposti a sopportare i contro.

Allo stesso tempo, significa rendersi conto che guardare solamente ai pro delle strade che hanno scelto altri, e deprimersi di conseguenza, non ha molto senso.

2 - Nessuna strada porta da nessuna parte

Una persona che diventa ricca e famosa, poi invecchia e muore.

Una persona che rimane povera e in difficoltà tutta la vita; poi invecchia e muore.

Che la tua strada preveda di focalizzarsi sulla carriera, sulle relazioni, sulla filantropia, o sulla politica, in ogni caso sarà destinata alla stessa fine (per lo meno come corpo fisico, poi si potrebbe parlare di immortalità dell’anima e reincarnazione, ma questa è un’altra storia).

Pertanto, non ha senso stressarsi o ossessionarsi. per la piega che prendono gli eventi; tanto il traguardo sarà sempre lo stesso.

L’unica mossa logica quindi, è scegliere una strada che abbiamo il piacere di percorrere, per il gusto di farlo… perché tanto non arriveremo da nessuna parte.

3 - Fai del tuo meglio

Qualunque strada tu scelga, il successo non è garantito: c’è sempre una parte di “fato” o “destino” che non possiamo controllare.

Quello che però puoi e devi controllare, è il tuo impegno.

Se farai sempre del tuo meglio (che non significa necessariamente “uccidersi di lavoro”, anche le pause sono necessarie per essere longevi in ciò che si fa), non potrai più avere rimorsi.

Se sai di aver fatto del tuo meglio, in ogni situazione, comunque vadano le cose, meglio di così non potevi fare.

L’unione di queste 3 regole, elimina definitivamente il chiacchiericcio del telecronista:

  • se hai scelto una strada che per te ha un cuore,
  • conscio dei pro e dei contro di questa scelta,
  • consapevole che il successo non è garantito,
  • ma che vale comunque la pena percorrerla perché è il viaggio quello che conta per te,
  • e, ultimo ma non meno importante, stai facendo del tuo meglio

il pappagallo non ha più nessun appiglio a cui attaccarsi, e quietare il dialogo interno diventa molto più facile.

A questo punto quindi, gli esercizi di mindfulness, iniziano a funzionare davvero… perché non sono una pratica decontestualizzata, ma una filosofia di vita… e li rendono efficaci proprio come vediamo all’interno della mia community, maestria dell’invisibile.

Clicca qui se vuoi unirti a un gruppo di persone che ogni giorno lavorano proprio in questa direzione.

Riassumendo quindi:

  • usa gli esercizi di mindfulness per renderti conto di come la mente chiacchiera anche quando le dici di tacere, e di come si tratti dunque di un pappagallo che ha vita propria;
  • allenati nel vedere entrambe le facce della medaglia, in tutte le cose che incontri;
  • e soprattutto, scegli un sentiero che ha un cuore, e sceglilo con tutto te stesso (con una volontà di ferro).

Ti saluto con queste parole:

“….una strada è soltanto una strada, e abbandonarla non è un affronto né verso se stessi né verso gli altri, se ce lo chiede il nostro cuore.

Ma la decisione di proseguire su quella strada o di abbandonarla deve essere presa indipendentemente dalla paura o dall’ambizione.

Ti avverto: osserva la strada da vicino e senza fretta, provala tutte le volte che lo ritieni necessario e poi rivolgi a te stesso, e a nessun altro, questa domanda: Questa strada ha un cuore?

Le strade sono tutte uguali: non portano da nessuna parte”.  – Don Juan

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