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Immagina di svegliarti un giorno con la sensazione inquietante che la vita che stai vivendo non sia davvero la tua;
che ogni decisione che hai preso,
ogni convinzione che hai
e perfino i desideri che ti guidano ogni giorno…
… potrebbero non provenire dal tuo vero io,
ma piuttosto dalle aspettative,
dai condizionamenti
e dalle influenze invisibili del mondo che ti circonda.
Pensaci: quanto di quello che fai è il riflesso del tuo vero io, e quanto invece è una maschera costruita con cura, modellata dalle pressioni esterne?
Quanto spesso ti senti come se fossi quasi costretto a recitare una parte, vivendo secondo un copione scritto dalla società e vincolato dalle paure che sussurrano in sottofondo nella tua mente… invece di poter agire liberamente?
Parafrasando Carl Jung:
“la vita inizia quando trovi te stesso”.
Ma cosa significa trovare sé stessi?
Si tratta soltanto di acquisire più consapevolezza di sé, o c’è un processo più profondo e trasformativo?
Questo è ciò che capiremo all’interno di questo articolo, e in particolare vedremo:
- come annientare le pressioni esterne che ci aggrediscono ogni giorno;
- il segreto per costruire una vita che amiamo;
- e soprattutto come trovare noi stessi.
Il masso invisibile che chiamiamo “vita normale”
La maggior parte delle persone vivono con un enorme peso addosso,
come se si portassero in giro un enorme masso invisibile
e quel masso è la pressione sociale.
Per capire quanto questo peso sia assurdo, partiamo da qualcosa di banale.
Tutti sappiamo che trovare il nostro cibo preferito (per esempio) non è questione di mangiare sempre e solo lo stesso piatto, bensì di provare tanti cibi diversi, e scoprire qual è quello che ti piace di più.
Nessuno si aspetta che all’età di 10 anni tu sappia quale sarà il tuo piatto preferito per il resto della tua vita.
O a 15.
O anche a 20 anni.
È normale cambiare gusti.
È normale sbagliare.
È normale dire: “Pensavo il migliore fosse x, invece preferisco y”.
Lo stesso vale per hobby, sport, interessi. È normale esplorare.
Questo lo accettiamo senza problemi.
Ma quando si tratta di vita, improvvisamente cambiano le regole.
Quando si parla di lavoro, carriera, relazioni… pretendiamo la perfezione immediata.
Ci aspettiamo che un ragazzo di 18 anni — che spesso non ha mai lavorato un giorno in vita sua — sappia già decidere cosa farà per i prossimi quarant’anni.
Che scelga l’università “giusta”, il percorso “giusto”, la direzione “giusta”.
Se ci pensi, è assurdo:
- A 18 anni dovresti già sapere a cosa dedicare la tua intera carriera.
- A 25 dovresti essere laureato in quel settore con ottimi voti.
- Poi lavorare, fare carriera, guadagnare bene.
- Nel frattempo, ovviamente, trovare la persona giusta.
- Sposarti.
- Comprare casa.
- Avere figli.
e arrivare a 35-40 anni realizzato, ricco e soddisfatto.
Una checklist invisibile che nessuno ci ha mai consegnato… ma che sentiamo comunque sulle spalle.
Il nostro termine di paragone non è la crescita.
Non è l’esplorazione.
È la perfezione.
E la causa è una sola: la pressione sociale.
“La più grande prigione in cui le persone vivono è la paura di ciò che pensano gli altri”. – David Icke
Il bisogno di non rimanere indietro;
Il bisogno di non deludere;
Il bisogno di non sembrare “persi”;
Spesso ci forzano nelle scelte.
Il risultato?
Molti finiscono “incastrati” in un lavoro che non amano, restano in relazioni che non sentono proprie, o prendono decisioni per paura di “rimanere indietro”… in altre parole, perché temono il giudizio degli altri, e questo gli incasina la vita.
Non mi tiro fuori da questo meccanismo.
Anzi, ne parlo perché l’ho visto in tante persone attorno a me — e spesso anche in me stesso… e sinceramente, mi dispiace, perché porta una profonda sofferenza.
Un tempo si parlava di crisi dei 40 anni, la famosa crisi di mezza età.
Carl Jung diceva: “La vita inizia a 40 anni. Prima, stai solo facendo ricerche”. Perché fino a quel momento molti vivono seguendo aspettative che non sono davvero le loro.
Oggi, sta iniziando a succedere prima.
Grazie a internet e alle maggiori possibilità di comunicazione, molte persone se ne rendono conto a 25 anni.
A metà università.
O appena iniziato il primo lavoro “serio”.
E paradossalmente, è una buona notizia.
Perché questa corsa al soddisfare le aspettative altrui è un doppio errore:
- in primis perché non ci diamo il tempo di sperimentare e capire cos’è giusto per noi e cosa no;
- inoltre, ci convinciamo che una condizione esterna (un titolo, uno stipendio, uno status perfetto) creerà automaticamente la nostra felicità.
La “crisi esistenziale”, che spesso viene vista come qualcosa di negativo, in realtà è una fortuna.
È una disillusione.
E disilludersi significa liberarsi da un’illusione.
Molti purtroppo arrivano a questa consapevolezza sul letto di morte.
Ma se in questo momento stai leggendo questo articolo, probabilmente significa che ci stai riflettendo ora, e quindi sei già un passo avanti.
A questo punto però, la vera domanda diventa: come puoi toglierti quel masso dalle spalle e iniziare a vivere con più leggerezza, invece che seguendo aspettative che non ti appartengono ma che spesso senti forzate su di te?
Il primo passo verso la liberazione
Se guardiamo alle persone che ammiriamo, quelle che (almeno in superficie) sembrano aver ottenuto il meglio dalla vita, notiamo che per un lungo periodo non erano viste di buon occhio… e anche se spesso non ci pensiamo, è logico.
Facendo ciò che fanno gli altri, cioè “ciò che ci si aspetta da te”, otterrai gli stessi risultati che ottengono gli altri.
Per raggiungere il successo straordinario, sia esso in:
sport,
carriera,
relazioni,
o qualunque altro ambito della vita
devi fare cose straordinarie.
La parola “straordinario” deriva dal latino extraordinarius, composto da extra (“fuori”) e ordo/ordinis (“ordine”).
Letteralmente significa “che è fuori dall’ordine comune”.
Leggendo le biografie, ascoltando le interviste, e osservando le vite delle persone di successo, emerge un elemento in comune tra tutte: il fatto che, per buona parte delle proprie vite, non avevano l’opinione pubblica dalla loro parte; perché l’opinione pubblica è parte della pressione sociale, dell’ordinario, non dello straordinario.
Cristiano Ronaldo (calciatore di fama mondiale) veniva spesso visto come un ragazzo troppo ossessionato dall’allenamento e dall’ego; prima di diventare il simbolo mondiale della disciplina e della mentalità vincente.
J. K. Rowling (scrittrice di Harry Potter) venne rifiutata da numerosi editori e ritenuta poco commerciale; prima di diventare una delle scrittrici più lette e influenti al mondo.
Steve Jobs (la mente dietro Apple) fu giudicato difficile e addirittura allontanato dalla sua stessa azienda; prima di essere riconosciuto come uno dei più grandi innovatori della tecnologia moderna.
Certo, concettualmente è facile da capire… ma non è facile avere il coraggio di metterlo in pratica;
“È più facile seguire la corrente che nuotare contro, ma solo i pesci morti seguono sempre la corrente”. – Malcolm Muggeridge
Renderci conto che, questo andare controcorrente, è stato ciò che hanno fatto tutte le persone che in molti ammirano (che ammira anche “l’opinione pubblica”), è un primo grande passo nel realizzare una realtà più profonda:
- che vivere la vita secondo le aspettative altrui è l’unico modo certo per vivere una vita infelice,
- e che la pressione sociale è un peso immaginario, e in quanto tale, funziona solo se noi gli diamo bado; se lo ignoriamo e andiamo per la nostra strada, non ha alcun potere su di noi.
Il punto chiave è questo:
La pressione sociale non esiste nel mondo. Esiste solo nella nostra mente.
Sembra così reale perché è condivisa.
Tutti partecipano al gioco.
Tutti sono convinti che sia reale e quindi la rinforzano.
Ma il fatto che sia condivisa non la rende vera.
La rende solo normalizzata.
Ed il paradosso più grande è che:
Le persone che ammiri di più sono quelle che hanno ignorato la pressione sociale.
Una volta quindi realizzato che si tratta di un peso invisibile, che non ha alcun potere su di noi se decidiamo di non darglielo, e che è ciò che ci impedisce di diventare straordinari… andiamo al cuore di questo articolo: vediamo come liberarcene una volta per tutte; come essere liberi di essere straordinari.
I 3 Step per Toglierci di dosso il peso sociale
Per poter dire di esserci liberati della pressione esterna, dell’ansia sociale e dell’“opinione pubblica” sono necessari 3 step:
1 - Realizzare che si tratta di un peso che puoi mollare in questo istante
Questo lo abbiamo già visto: abbiamo capito come si tratti di un peso invisibile, e come tutte le persone straordinarie lo abbiano lasciato andare… quindi ci è chiaro concettualmente che si può fare.
Può sembrare banale, ma questa semplice realizzazione è fondamentale: se non sappiamo che è possibile levarci di dosso questo peso, siamo corretti a portarlo in giro tutta la vita.
Per riuscire a rimuoverlo veramente però, è necessario comprendere lo step 2 e cioè:
2 - Se giudichi gli altri, sei ancora in gabbia
Questo è il punto più contro-intuitivo.
E anche il più potente.
Se giudichi gli altri, non sei libero nelle tue scelte.
Anche se pensi di esserlo.
Questo perché, ogni volta che giudichi qualcuno, stai firmando una condanna invisibile:
Un contratto che dice “Il giudizio conta”.
Giudicando infatti, stai implicitamente pensando “quello che io penso degli altri, ha importanza, conta”, e questo implica che anche quello che gli altri pensano di te ha importanza.
Non puoi avere una cosa senza l’altra.
Non puoi dire:
- “Io giudico, ma non voglio essere giudicato”.
- “La mia opinione conta, ma la loro no”.
La mente non funziona così.
Se dai valore al giudizio, lo dai in generale.
E questo ti incastra.
La vera libertà non è:
“Non mi importa cosa pensano gli altri”.
È qualcosa di più profondo:
“Non mi viene nemmeno in mente cosa pensano gli altri”.
Questo stato arriva solo quando smetti di giudicare.
Quando smetti quest’ossessione di avere un giudizio (spesso mascherato da “semplice parere”) verso gli altri, smetti di avere interesse per cosa gli altri pensano di te.
E non è solo smettere di giudicare in pubblico, ma anche:
- nei pensieri,
- nelle conversazioni,
- nei commenti mentali automatici.
Quando smetti di giudicare:
- non hai più bisogno di difenderti;
- non hai più bisogno di apparire;
- non vivi più in modalità confronto.
Smetti di essere giudice.
E quindi smetti anche di essere imputato.
Inizialmente ti sembrerà strano e quasi innaturale non giudicare più… a molti sembra di “non avere più nulla di cui parlare con i propri amici”, e quindi di sentirsi esclusi… ma una verità scomoda dietro tutto questo è che, spesso la maggior parte delle persone che giudica:
- non sta costruendo nulla di significativo;
- non è focalizzata su un obiettivo profondo;
- e usa il giudizio come distrazione.
Chi ha qualcosa di importante nella propria vita (come le persone di successo viste prima):
- è troppo occupato a costruire;
- conosce la fatica di andare controcorrente;
- capisce che gli errori sono parte del percorso;
e quindi non perde tempo a giudicare, al massimo ti incoraggia!
Questa è una verità scomoda, ma reale.
Il giudizio è spesso il rumore di fondo di una vita vuota.
Eliminarlo, permette di realizzare cosa conta davvero per te.
3 - Scegli (e accetta il prezzo)
Liberarti dal giudizio non significa vivere senza conseguenze o diventare perfetti.
Significa scegliere consapevolmente.
Ogni scelta ha un prezzo.
La domanda è: quale prezzo vuoi pagare?
- Il prezzo di sembrare strano per un po’?
- O il prezzo di vivere una vita che non senti tua?
Scegliere non significa automaticamente successo. Sbagliare è parte del gioco.
Significa però prenderci la responsabilità delle nostre scelte, e fare del nostro meglio.
Scegliere di testa nostra implica inoltre che non possiamo più dare la colpa agli altri:
- al capo
- ai colleghi
- al governo
- all’Europa.
Significa realizzare che, per “fato” o per scelta, siamo finiti nella situazione in cui “questi” hanno potuto avere un impatto su di noi. Ma ora che ci siamo resi conto di ciò, sta a noi fare del nostro meglio per toglierci dalla situazione, o migliorarla, invece che sprecare energia a lamentarci.
Significa accettare la mano di carte che la vita ci ha dato, e fare del nostro meglio per vincere con essa (qualunque cosa “vincere” significhi per noi).
Significa riprendersi la piena autonomia decisionale, accettare gli errori che commettiamo come parte del gioco, e fare del nostro meglio in ogni situazione.
Ogni volta che devi prendere una decisione, chiediti:
“Lo sto facendo per me
o per come sembrerò agli altri?”
Non serve fare scelte estreme.
Serve fare scelte oneste.
Un esempio semplice preso dalla mia vita sono le barefoot shoes.
Sono scarpe pensate con il benessere dei piedi al primo posto,
scarpe che evitano di trattarli come salsicce,
e che invece gli danno spazio, seguendo la loro forma naturale.
Per fare questo però, hanno una forma:
poco convenzionale;
non di moda;
e spesso non “bella” secondo i canoni comuni.
In altre parole, attirano commenti.
Ma:
- migliorano la postura
- rafforzano piedi e caviglie
- aumentano il comfort
in generale, (per molte persone) fanno stare meglio il corpo.
Se avessi scelto in base al giudizio di chi mi ha fatto dei commenti quando mi ha visto indossarle le prime volte:
- avrei evitato di usarle,
- avrei rinunciato ai benefici,
- avrei scelto per apparire.
Ma, in questo caso, ho scelto per me. Ho accettato il prezzo del giudizio. E ho ottenuto il beneficio nel lungo termine (è una corsa individuale e non tutti si trovano bene, ma nel mio caso le trovo fenomenali).
Questo è un esempio banale, ma il principio vale per tutto:
- lavoro
- carriera
- relazioni
- stile di vita
- salute
La sequenza è quasi sempre questa:
- Fai una scelta per te
- Vieni giudicato
- Dubiti (specialmente le prime volte)
- Resistendo, cresci
- I risultati arrivano
- Il giudizio si trasforma in ammirazione (persona “straordinaria” = fuori dall’ordinario)
Ma pochi arrivano al punto 5.
Perché mollano al punto 3.
La libertà spesso non è non sentire paura.
È agire nonostante la paura.
Riassumendo quindi, la pressione sociale non è una forza naturale.
È un’abitudine mentale.
Un masso che stai portando perché pensi di doverlo fare.
Ma non devi.
Puoi appoggiarlo a terra.
Oggi.
Con una sola decisione.
Non serve essere perfetti.
Non serve essere speciali.
Serve solo una cosa:
il coraggio di scegliere di testa propria.
Questo, per definizione, rende straordinari!
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Un abbraccio e alla prossima,
Samuel
